domenica, Febbraio 25, 2024
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Ode a Starbucks. Non americano ma nemmeno amatriciano: antropologia del frappuccino a Roma

Emergenza caffè bruciato. In questo paradosso di città, che è insieme la più bella e la meno glamour al mondo, finanche l’espresso della catena di Seattle angoscia meno della tazzina di nove bar su dieci

Lo Starbucks ai piedi di Montecitorio c’entra niente con la grandeur di piazza Cordusio. Col Reserve Roastery di Milano e la gigantesca torrefazione. Ché se lassù, si sa, è sempre questione di esperienza – experience – a Roma è tutto un fatto di emergenza. Ivi inclusa emergenza caffè. Niente di straordinario, per carità, roba del paese nostro. L’emergenza è quella di un semplice espresso che non allappi come in un qualsiasi bar del centro. Perché in quell’arte oramai scontata che è il parlar male della città, fra cinghiali uccellacci e tassì (peggio dei gabbiani, a Roma, solo i tassisti) sempre si dimentica un primo attore del centro storico. Ovvero il caffè bruciato (per non dire del cappuccino che sa di detersivo). E insomma quel che accade è che in questo paradosso di città, che è insieme la più bella e la meno glamour al mondo, finanche l’espresso Starbucks angoscia meno della tazzina di nove bar su dieci. Finanche il bar di Seattle, da piazza del Popolo a piazza Venezia, è una toppa sul buco. Un’isoletta di marmo e design modesto – senza Marcel Wanders, come a Milano – che da maggio 2023 se ne sta in via della Guglia 56. A un passo dal parlamento – ma senza parlamentari – e con utenza insolita. Chi entrasse per frappuccini,…


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